Partiamo da una piccola ma importante certezza, guardare un porno è normale, masturbarsi è la cosa più naturale del mondo, ma ciò che mi lascia perplessa è che nonostante ci troviamo nel 21sec. la morale ritiene che la cinematografia pornografica sia ancora uno scandalo.
Ovviamente non mi aspetto di illuminarvi la vita, ma solo di raccontarvi la storia della pellicola pornografica tanto amata dai cari ometti (anche se non l'ammettono) e tanto odiata dalle donnine (che hanno collezioni intere e di nascosto se li guardano con estremo piacere... anche le donne si masturbano!).
I primi esempi di filmati pornografici risalgono agli albori del cinema circa il 1900 (dove addirittura si trova il anche il nome di Gabriele D'annunzio, noto per ben altri versi).
Nel corso della seconda metà del XX secolo la pornografia si è diffusa in modo da diventare, in particolare nel corso degli anni Settanta, un vero e proprio genere del grande schermo.
L'ambiente cinematografico comprese subito quanti soldi poteva fare con tali pellicole ma la legge a quei tempi li vietava cosi filmetti brevi venivano prodotti clandestinamente grazie al supporto economico di ricchi personaggi.
La produzione pornografica, specialmente negli Stati Uniti, diventò un affare importante per la criminalità organizzata che riusciva a produrre e distribuire anche in notevole quantità: le autorità arrestavano produttori, registi, interpreti ma il mercato, dopo la seconda guerra mondiale, era così florido che i fuorilegge potevano permettersi lauti compensi a chi collaborava e soprattutto alle interpreti, che spesso erano prostitute di lusso, quindi, anche note in certi ambienti di potere.
L'altra decisiva e grande spinta alla produzione della pornografia legale venne dai movimenti hippy.
Attivi in California, le autorità dello stato si resero conto che ormai l'industria cinematografica di Los Angeles considerava il genere pornografico importante non solo per il suo valore commerciale, ma anche culturale e politico, quindi, lo Stato della California legalizzò produzione e distribuzione di pellicole pornografiche nel 1970: da allora Los Angeles è stata ed è sempre il centro di produzione mondiale meglio organizzato per pellicole, videocassette, dischi digitali.
Il primo film pornografico, distribuito legalmente, realizzato negli Stati Uniti è stato Mona: girato nel 1970, durava poco meno di un'ora ed è pertanto da considerare un mediometraggio. Nel 1972 venne realizzato Gola profonda con Linda Lovelace, che è tuttora uno dei film più conosciuti in assoluto e apprezzati ,vi consiglio di andare a leggere la storia di questo film estremamente interessante basta pensare che oggi la signora Lovelace è suora(quasi come Claudia Koll per citare un altra redentrice de tempi nostri). Da più parti si ritiene che il miglior film hard in assoluto sia The Opening of Misty Beethoven, noto anche come Misty Beethoven, una pellicola del 1976 diretta da Radley Metzger alcune parti della quale sono state girate a Roma.
E difficile però stabilire quando sia stato prodotto il primo film italiano, molto spesso giravano sul grande schermo in versione soft e clandestinamente in versione hard. Di certo il primo film che circolo legalmente fu sesso nero nel 1979 , ma in Italia si sa, siamo lenti su tutto e cosi per il primo spettacolo pornografico bisogna aspettare il 1986 con curve deliziose interpretato da Cicciolina
MalùRamba e la tanto compianta Moana Pozzi.
Il porno a sua volta si divide in varie tipologie e confesso che alcune mettono i brividi, ad esempio la pornografia zoofila ,la pornografia escrementizia (evito ogni commento) e la più brutale... la pedopornografia non ho parole su questi animali ma ritengo che debbano semplicemente essere evirati.
Queste forme di hard rovinano il modo di vedere le cose, ma penso che un bel film d'autore possa solo che portare piacere... dunque miei cari se vi guardate un film porno non abbiate timore di essere dei malati, siete solo 1 dei tanti... BUONA VISIONE...
Tina
giovedì 7 febbraio 2008
silverstein_arrivals & departures
Casualmente tempo fa sono rimasto folgorato da un loro video e da quel momento ho cominciato a seguirli: mi colpirono fin da subito con la loro carica inaspettata e uno spiccato gusto per i ritornelli davvero ben fatti.Fu questa la miccia che mi spinse ad acquistare di botto il loro secondo album “Discovering the Waterfront” (disco a mio avviso veramente ottimo, soprattutto penso proposto dal vivo per la sua evidente potenza e violenza sonora), e ad interessarmi così anche alla scena alla quale appartengono, scoprendo che questi ragazzoni americani sono uno dei gruppi di punta della scena emo-screamo d’oltreoceano, accanto a band come Atreyu, From Autumn to Ashes e compagnia bella…
Ma il mio compito qui, dopo questa inevitabile premessa, è analizzare il ritorno del combo con questo “Arrivals & Departures”.
Ebbene, le aspettative dei fans (si, ci sono dentro anche io) della band, nonostante fossero molto alte, non sono state tradite: il sound dei nostri è ancora lo stesso, suonano alternando abilmente le due anime della band, violenza e melodia catchy, con la voce di Shane Told accattivante e capace, mostrando questa volta una netta predilezione per le partiture melodiche diminuendo di conseguenza sensibilmente le parti screamo/mosh. Questa scelta (dal mio punto di vista) sicuramente discutibile è stata la cosa che maggiormente balza all’orecchio, forse per la necessità di incrementare ulteriormente il loro già folto pubblico, composto senza alcun dubbio da giovani teen-ager con pettinature tipicamente…emo!
E qui ci possiamo collegare alle tematiche del dischetto: anch’esse non cambiano, infarcite di inni all’amore, problemi con il partner e disagi giovanili i generale, quindi ancora perfettamente in linea con le idee care alla scena… ma cambiare mai eh?
Insomma una mezza delusione? Sicuramente quelli che li hanno apprezzati finora si troveranno in qualche modo un po’ spiazzati per il cambio di rotta, ma le belle canzoni ci sono eccome (la prima metà dell’album scorre davvero senza intoppi riuscendo realmente a convincere), e se si sorvola su clone songs come “World Apart” (sembra una spudorata copia di “Discovering the Waterfront”) e “Still Dreaming” (lo spettro degli Hawthorne Height affiora a più riprese), e ci si lascia semplicemente trasportare dai dodici pezzi, il viaggio è garantito.
Consapevole che ormai è difficile essere originali, ritengo i Silverstein molto in gamba per essere riusciti comunque a ritagliarsi il loro spazio in una scena che purtroppo comincia davvero a stagnare. Ma questa è un’altra storia!
Marti
the dillinger escape plan_ire works
Inserisci il disco. Pigi “play”.Riconosci subito il sound inconfondibile.
Così tipicamente Dillinger, con la naturale pecca e valore di non essere per nulla immediato, complice anche un artwork che arrogantemente strizza l’occhio ad un ermetismo un po’ pinkfloydiano...
Ma è la musica che conta qui, e ciò che ti arriva ai primi ascolti sono i soliti intermezzi nichilisti intervallati a melodie di facile presa, discorso iniziato anni or sono con il mini “Irony Is A Dead Scene”, in cui la collaborazione con il genio di Mike Patton convinse il quintetto statunitense ad ammorbidire leggermente la propria proposta musicale….scelta a mio avviso più che vincente!
La continua evoluzione porta qui i nostri ad un naturale sviluppo che ben si sposa con un uso particolare (e folle) delle contaminazioni, addirittura compaiono dei fiati ed un pianoforte nella bellissima “Milk Lizard”, potenziale singolo, lasciando subito straniti con sghembi assalti strumentali “When Acting As A Particle” e la compagna di giochi “When Acting As A Wave”. Assurde.
Abbiam poi delle botte di pura ed intransigente violenza, come la bellissima “Party Smasher” o la furiosa “82588”, vero inno alle origini, mentre picchi di maggior rilievo rimangono ben impressi come la già citata “Milk Lizard”, rock’n’roll al punto giusto, o “Black Bubblegum”, mid tempos da paura, non scordandosi mai di coinvolgere con chorus sempre all’altezza.
Tutto perfetto quindi? Quasi. Mi giunge talvolta la sensazione di voler complicare le cose per forza, di fare a tutti i costi gli “alternativi”, di cercare la soluzione più stravagante, stupendo sì l’ascoltatore, ma donando al tutto un’aria di “costruito” che non fa certo bene alla salute.
Ma non temete, l’impressione evapora immediatamente, e ben presto si viene risucchiati nel mondo Dillinger, un tornado di chitarre epilettiche, ritmiche indiavolate e suoni fuori fase, dove i nostri sanno di essere i padroni indiscussi, aggiudicandosi il ruolo principe nel feroce regno del postcore: sissignore! DEP, capacità incredibile di confezionare sia la colonna sonora ideale per il giorno del giudizio sia il pezzo da classifica tanto caro all’utente medio, cosa che magari può infastidire il fan oltranzista ma riesce a vendere il dischetto anche alla FNAC.
E credo che la cosa non sia poi così scontata, alla fine. Da avere.
Blame
joy division_closer
Dark-Punk, 1980, factory.Apparso nel 1980, CLOSER viene simbolicamente definito "il testamento" di Ian Curtis, il leader del gruppo suicidatosi poco prima dell’uscita dell’album, il secondo della band.
Spettrale, cupo, claustrofobico, autodistruttivo e lacerante ma nello stesso tempo radioso, ipnotico e incalzante; con le sue sonorità grezze ereditate dal punk, la voce sepolcrale del cantante ed il basso a far le veci della chitarra questo dark- punk oppresso dall’angoscia rappresenta il ritratto di un epoca dove il malessere insanabile nei confronti del rapporto tra realtà ed individuo non permette fuga.I joy division hanno costituito una delle espressioni più notevoli della NEW WAVE inglese ed hanno influenzato i generi musicali successivi.Closer rappresenta il punto più alto della loro produzione musicale.Sicuramente un disco sublime che incanta e lacera.
Cloude
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